C’è una cosa dei verdena che da sempre mi colpisce: non mi riferisco né alla violenza di fondo della loro musica né ai testi spesso volutamente astrusi. Prima di tutto questo, ho sempre associato una sola cosa al nome verdena:  il movimento ondulante e frenetico che la testa della bassista, Roberta Sammarelli, compie con una certa nonchalance ogni volta che la canzone lo richiede. Sì lo so, questa affermazione potrebbe sembrare poco professionale, ma vedere dal vivo questa sua peculiarità ha risvegliato nella mia mente questo pensiero. Pensiero che da lì a poco sarebbe stato interrotto bruscamente dall’arrivo della “guardiana della palma” però. Sull’identità di questa figura, ci arriveremo tra poco. Arrivo ai mercati generali molto presto: una trentina di adolescenti vestiti tutti presso a poco allo stesso modo, marcavano il cancello ancora chiuso. Tra questi, un ragazzo di tredici anni circa (con genitore annesso)  che centellinava ogni parola delle canzoni dei verdena che il suo lettore mp3 gli suggeriva. Giusto il tempo di realizzare di non avere più quindici anni ed in poco più di mezz’ora, mi ritrovo a far la fila guidata da un’addetta alla security dotata di spiccata indole hitleriana. Con un minimo di paura in corpo, continuo il mio cammino verso il palco e giungo fino a quello che la mia mente decreta essere il posto perfetto da cui seguire il concerto. Né troppo vicino né troppo lontano, situato su un piano rialzato e con una palma accanto. Era perfetto. O meglio, lo sarebbe stato se non fosse arrivata una signora particolarmente affezionata alla suddetta palma, al punto da voler monopolizzare tutto il territorio a sé stante. D’accordo signora, la lascio alle sue manie di grandezza e attendo l’inizio del concerto. La location era già piena quando alle 22: 45 circa, un boato accoglie il trio bergamasco che, senza troppe retoriche di circostanza, introduce il primo pezzo “scegli me”. La prima cosa che colpisce è la posizione di Alberto che, in via del tutto eccezionale, apre il concerto seduto alla tastiera. La folla inizia a scaldarsi ma non ancora a pogare, avrà modo di farlo durante uno dei brani successivi “Rossella roll over”. L’acustica perfetta spinge al massimo la potenza ritmica dei verdena che sul palco alternano vecchi successi del passato ( “non prendere l’acme, Eugenio” , “Canos”) e brani tratti dall’ultimo album “Wow” ( “lui gareggia”, “tu e me”, “miglioramento” e “badea blues” ) creando uno spettacolo oscillante tra il rock più cruento e quello sperimentale.          

Tra cori non ben identificati e sfuggevoli “grazie” da parte di Roberta, arriva il momento di “muori delay”: il pogo diventa talmente forte da creare una specie di onda umana che mette a dura prova l’esile arbusto posizionato al centro della location esterna dei mercati generali. In quel momento, speravo che il karma facesse il suo corso catapultando la mia ex vicina in mezzo alla folla imbufalita. Inutile dirvi che il karma non mi ha calcolato minimamente. A salvare la sorte del povero arbusto cigolante ci pensa “razzi, arpia, inferno e fiamme”, brano che smorza i toni e rende l’atmosfera quasi sognante. Il pubblico, immerso in una sorta di abbraccio collettivo, intona il coro in risposta al cantato di Alberto e per 2: 50, i mercati generali somigliano a Woodstock. Per la cronaca, io ero circondata da coppiette. Impegnato a destreggiarsi tra tastiera e chitarra, Alberto non sgarra mai una nota (ed un urlo), regalando al pubblico perfino uno stage diving durante “ Isacco nucleare”. Luca riesce a picchiare per bene la sua batteria anche quando uno dei suoi piatti decide di abbandonarlo. Il suono martellante del basso accompagna il tutto e Roberta ,tra un canzone al basso ed una alla tastiera, si conferma essere una delle migliori musiciste del panorama rock italiano.

La chiusa è affidata alla triade “sorriso in spiaggia”, “Gulliver” e “ lei disse” ,brano che lascia i presenti sospesi in un limbo tra inferno e paradiso, tra violenza e soavità. Un live potente, sintetico e di ottima qualità che conferma la continua crescita artistica (e di pubblico, visto che la data era sold out già da un mese) di una delle migliori band italiane. Un concerto da gustare fino all’ultima canzone, un mix perfetto tra tecnicismo e pura arte. A fine concerto, un gruppo di ragazzine bramava un incontro con il trio ancora impegnato a consumare la cena. Con le facce spiaccicate nei vetri del locale, appellavano Alberto con euforiche esclamazioni di diversa natura; io le guardavo e non riuscivo a capire cosa ci fosse di speciale nell’osservare i verdena cenare. Tutt’ora non riesco a capirlo, forse proprio perché non ho più quindici anni.

Caterina Mauro

 

 


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