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Il 5 Luglio 2011 ha creato un dilemma nel cuore di molti: scegliere tra Arcade Fire a Milano e The National a Ferrara è stato un po' come rispondere a chi ti chiede se vuoi più bene al papà o alla mamma. Nel mio caso ho deciso di volere più bene alla mamma, perché con i National si esibivano anche i Beirut, per la primissima volta in Italia, e non come semplice gruppo spalla, ma con una quantità di tempo a disposizione decisamente superiore a un opening act qualsiasi. E poi gli Arcade Fire suonano anche a Lucca, quattro giorni dopo. Il ragionamento fatto dal sottoscritto pare essere condiviso da molti perché Piazza Castello di Ferrara registra uno dei suoi rari sold-out. Per i National questi sold-out sembrano essere invece una consuetudine, dato che anche l'Alcatraz era tutto esaurito a novembre: ma ora gli spettatori sono raddoppiati. 

I Beirut (prima moniker del solo Zach Condon, ora divenuto il nome dell'intera band) si presentano sul palco in sei in una formazione che valorizza principalmente i fiati, da sempre elementi fondamentali delle loro sonorità situate tra folk, pop, musica etnica e world; Zach si alterna tra voce, tromba e ukulele e regala una prima esibizione su territorio italiano davvero memorabile. È come se avesse deciso di prendere i sedici pezzi (sedici!) migliori della sua discografia e farne il miglior concerto che potesse mai fare. Aiuta molto anche l'imminente uscita del terzo album “The Rip Tide”, di cui sono stati suonati tre pezzi che dimostrano come i Beirut non abbiano affatto abbassato il tiro, anzi, stiano puntando sempre più in alto.

Pezzi come la maestosa “Elephant Gun”, la dolcissima e richiestissima “My Night With The Prostitute Form Marseille” (spogliata della sua ammiccante veste quai electro-pop per andare a uniformarsi col resto della scaletta), la commovente “Postcards From Italy” e la nuova e spensierata “Santa Fé” sono solo alcuni degli ingredienti che fanno di quello dei Beirut un concerto imprescindibile e di cui poter essere solo entusiasti.

Come se le cose non fossero già partite troppo bene, arrivano i National sul palco e regalano un concerto clamoroso, di molto superiore alla loro esibizione milanese di novembre. Dal canto mio va detto che, avendo già visto i National, dopo i Beirut avevo deciso di ubriacarmi; non sapevo che avevo preso la scelta migliore in assoluto: godersi da sbronzi un concerto dei National è proprio un'esperienza di un'altra dimensione, la dimensione di Matt Berninger, il frontman che anche questa volta non compare sul palco senza la sua fidatissima bottiglia di vino, che a fine concerto sarà ovviamente vuota.

Alcool o non alcool i National tutti sono in forma come non mai e, benché l'ombra di Matt sia qualcosa da cui è difficile emergere, i gemelli Dessner alle chitarre e i fratelli Devendorf contribuiscono tutti in modo fondamentale alla creazione dello spettacolo perfetto, che inizia e termina con le pacate ma strozzanti “Runaway” e “Vanderlyle Crybaby Geeks”, ma che in mezzo ha picchi assurdi di energia (come “Abel”), alternati a momenti struggenti (“Slow Show”). Fanno la loro comparsa sul palco anche Zach Concon e Kelly Pratt dei Beirut (com'era prevedibile, viste le recenti presenze sul palco dei National di Win Butler degli Arcade Fire e di Sufjan Stevens) che eseguono con la band l'ormai intramontabile “Fake Empire”, che chiude la prima parte del set, e, nelle encores, “Mr. November”. È quindi la volta di “Terrible Love”, penultima canzone del concerto, durante la quale Matt si butta come sempre tra la folla. E le emozioni si sprecano.

Niente da fare, recensire un concerto dei National rimanendone distaccati è impossibile. E crescono sempre di più.

Recensione a cura di Giacomo Falcon.

Progetto Felix.

 


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