Se c’è un gruppo con la capacità di mescolare alchimie musicali che apparentemente potrebbero sembrare inavvicinabili, o perlomeno stridenti se accostate, questi sono i Giardini di Mirò.
Ecco che la scrittura tipica del cantautorato si avvicina alle (mie adorate) trame postrock, al basso che suona decisamente new wave, a sonorità oscure di riferimento NickCave-ano, a violini malinconici e fiati evocativi.
Ecco allora cosa ho avuto la fortuna di ascoltare nella data zero a Ferrara, il giorno precedente l’uscita ufficiale di “Good Luck”, nuova pubblicazione deI Giardini di Mirò per Santeria/Audioglobe.

 Innanzitutto, ecco la tracklist:
Good Luck
Spurious Love
Pet life saver
Ride
Flat heart society
The Swimming seasons
There is a place
Rome
Time on time
Broken by
Connect the machine to the lips tower
Berlin
A New start


Apre il live la title track, “Good luck”, unico pezzo esclusivamente strumentale in tutto il nuovo album.

L’impressione è quella di un brano che apre verso l’esterno, verso stimoli nuovi. Come se ti facesse prendere una grossa boccata d’aria.
Un guizzo di luce ed aria, se volete.
“Spurious love” (con Stefano Pilia e Angela Baraldi nell’album) ci porta ad un piglio newwave, un’ impronta oscura attorcigliata su se stessa, reiterata nella stessa struttura compositiva. Sul finale, archi e chitarre aumentano insistenti l’intensità ed assieme lo struggimento. Una lieve sensazione di sofferenza viene alimentata da dissonanze e accompagna le parole che raccontano un amore adultero ed intenso. “I love you more than ever”.
Ed ecco “Pet life saver” (da “Rise and fall of academic drifting”) con le sue note malinconiche ed ipnotiche. L’attacco del violino che si evolve poi in intrecci sul finale è magico.
“Ride” ha dei suoni positivi, ottimistici addirittura. Si crea così un bel contrasto col testo, nel quale si asaggia il sapore stantio di un rapporto rinchiuso in se stesso. “You take some air, you give me space, a prison felt between up in arms”.
“Flat heart society” è oscura, splendidamente oscura.  Un profondo cantato/parlato si adagia su un arpeggio ipnotico e si alterna a suoni più complessi e fragorosi per tutto il brano, a tocchi di batteria secchi e battiti di mani. Termina con una preghiera “Don’t leave me alone in this (flat heart) society” che sfuma in una coda strumentale eclettica.
“The swimming seasons” è una vecchia (adorata) conoscenza da “Punk… not diet!” col suo inconfondibile cantato appena sussurrato.
 L’inizio di “There is a place” (cantata da Sara Lov nel disco) continua l’andamento malinconico, e riporta alla memoria atmosfere rarefatte. La tromba sul finale incanta.
“Rome” è un buio gioiellino cantautorale (ricordi di Nick Cave mi si affacciano). E la controvoce femminile (di Angela Baraldi nell’album) dà  un tocco ancora più personale.
Il brano è diviso in sezioni. Dapprima lui, essenziale. Poi le voci di lui e lei unite a distorsioni ed effetti ad aumentare progressivamente la tensione. Una cavalcata strumentale riapre il nostro udito a sonorità decisamente postrock e ci porta ad un ulteriore picco di intensità. E la chiusura, tra cori in secondo piano, tocchi di batteria secchi ed intrecci di tutti gli elementi di cui sopra.

Ora, in “Time on time”. New wave e postrock si uniscono felicemente. Basso deliziosamente martellante, fraseggi di chitarra e batteria incisiva (i cui suoni mi ricordano i Joy Division) dialogano convincenti.
Unica nota che mi ha lasciato dispiaciuta, la versione eseguita dai GdM di “Broken by”. L’esecuzione era disomogenea, sporca, quasi non ci fosse intesa, e mancava degli accenti necessari.  
La parte finale di questa stupenda anteprima lascia lo spazio ad altre note ben conosciute.
L'ipnotica “Connect the machine to the lips tower” con Mancin scatenato alla batteria.
“The soft touch of Berlin” e la sua dolcezza intrinseca, con le sue speranze e i suoi sogni.
Fantastica chiusura con “A new start (for swinging shoes)”. Son rimasta senza parole.
Manco a dirlo ne volevo ancora. E ancora. E ancora.


 Quello che appare distintivo nel nuovo lavoro dei GdM è la volontà di muoversi verso una forma canzone leggermente più tipica.
Gli episodi di brani proiettati positivamente come sprazzi di luce sono netti, ed esaltano ulteriormente i picchi oscuri, sia parlando del colore delle voci, sia delle carrellate strumentali che rimangono inevitabilmente stampate nella memoria.
Solo uno dei pezzi nuovi non è cantato, ma non si risente della mancanza di tratti esclusivamente strumentali, perché essi sono fortemente integrati in tutti i pezzi. Anche quando la voce è presente, il tappeto sonoro non indietreggia, ma, anzi, impreziosisce ed amplifica.

Andrea Tony Mancin, nuovo acquisto dei GdM alla batteria, conferma la sua bravura e non ci fa rimpiangere lo storico componente Francesco Donadello. Stefano Pilia dei Massimo Volume ci dona la sua gradita presenza sul palco per gran parte del live. Jukka e Corrado tentano un cabaret leggero sull’annuncio dei nomi dei componenti e il risultato è di farti sollevare gli angoli della bocca all’insù.
Bravi, tutti bravi davvero.
Piccolo pensiero in particolare a Emanuele Reverberi, che con la sua tromba mi ha emozionato in modo particolare
.



Da vedere e rivedere. Anzi, ascoltare e riascoltare.
Luisa


 


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