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Filippo Andreani, classe 1977, una voce-videocamera che ti sbatte nei sentimenti. Inutile cercare paragoni. Nella sua musica puoi trovare tutta quella italiana cantautorale degli ultimi 50 anni, con veloci salti in quella francese, sudamericana e mediterranea: “musica degli anni 2960-2970”. Nella sua penna trovi la poesia vera, quella che offre la carezza e sferra il pugno in faccia. Filippo sente la necessità non solo di “raccontare”, ma anche e soprattutto di “dire”. La sua scrittura ti assale, non perdona, ti costringe a confrontarti con concetti duri da digerire; il suo punto di vista – sempre “diverso” – è simile a quello da cui guardava il mondo Pier Paolo Pasolini e per questo considera gli “Scritti con Pablo” i suoi “Scritti Corsari”. I suoi racconti non ammettono alternativa né via d’uscita.

Filippo scrive con grande passione, e perché i suoi pensieri giungano meglio a destinazione affida la produzione artistica ad un grande musicista: Simone Spreafico, chitarrista che ha la forza di chi la musica la conosce e non l'ascolta passivamente, la potenza di chi può permettersi di giocarci, di scherzarci e di essere serio con le note, di parlare con forza nella lingua musicale italiana, ma anche latina, anglofona e mediterranea. Insomma, con la mano di chi non si è fermato solo alla superficialità. E questo è un plusvalore al quale Filippo non ha voluto rinunciare.

Questo è sinonimo di grande artista, di una persona che sa concentrarsi sulle cose lasciando spazio a tutti coloro che possono portare qualcosa in più. Questo rende ogni suo lavoro davvero unico.

La musica, oggi, deve cambiare. Per farlo ha due vie: rivoluzionarne le basi con generi completamente innovativi,  oppure  rimodellarle ripartendo da zero, dal quel lato scarno ed essenziale degli albori, magnifico ed entusiasmante. Filippo e Simone sono ripartiti dal fondo, dallo strato più interno. Togliere piuttosto che aggiungere, questa è stata la filosofia. Perché la musica di questi giorni aggiunge spesso senza cultura. Ed in fin dei conti fare cose semplici, dirette ed espressive, è più difficile che mascherarle dietro tante inutilità.

La produzione artistica del disco è affidata a Simone Spreafico, fondatore e chitarrista dei Mercanti di Liquore. Dopo diversi anni con i Mercanti di Liquore e Marco Paolini, e diverse produzioni artistiche, ha portato la sua esperienza, i suoi arrangiamenti e, soprattutto, le sue chitarre negli “Scritti con Pablo”, catturato dalla poetica dei testi e dalle melodie.

Oltre a Spreafico, nel disco suonano: Marco Castiglioni (batteria), Massimo Scoca (contrabbasso), Franco Barbera (pianoforte), Giulia Larghi (violino), Raffaele Khöler (tromba, flicorno), Davide Lasala (chitarre elettriche).

Registrato da Davide Lasala al EDAC STUDIO di Fino Mornasco (CO).

Mixato e masterizzato al Jungle Sound Station di Milano da Davide Lasala e Stefano Giungato.

SCRITTI CON PABLO

Le canzoni

PER VOCE DI ALDO

Il potere può rendersi protagonista di tutte le contraddizioni che gli sono opportune. Lo fa garantendosi la totale impunità.

La storia di Aldo è particolarmente struggente: entrato in ottima salute nel carcere di Capanne (PG) ed uscito morto tre giorni più tardi. L'atmosfera da “marcia funebre-pop”, accentuata dalla struggente tromba, accompagna la voce di Aldo verso la moglie, alla quale si rivolge nella canzone, che morirà poco dopo, distrutta dal dolore. La loro era una famiglia semplice: lui falegname, lei affettuosa madre del loro ragazzino quattordicenne Rudra, che nella canzone diventa “nome di pietra”.

BRUNO, SU GENOVA, IL CIELO

La spensieratezza della musica contrasta con la tristezza di chi osserva dall’alto la quotidiana routine in cui la gente si intrappola. Gente a testa bassa, impermeabile alle emozioni.

Un giorno feriale, in orario lavorativo, a Genova muore un poeta. Ma la gente è incapace di comprendere l’enormità di una simile perdita, stupidamente concentrata in quel “brevissimo tutto da fare che scambia per vita”. Il cielo, dove per tutto il pezzo la musica ci fa fluttuare, facendosi bruno, impedisce, con un gesto di paterna dolcezza, che gli occhi di quei pochi che piangono il poeta gli guardino attraverso. Possono cosi continuare ad avere l’illusione che, oltre il cielo, esista una nuova vita. La parola “Bruno”, qui usata come aggettivo, è in realtà un riferimento a Lauzi, scomparso mentre la gente aveva altro da fare.

NON PASSARMI OLTRE

Una ballata che suona fluida come fluido e inarrestabile è il destino di ognuno. Vagamente ossessionante nell'arpeggio continuo che si apre sulle note di tromba e violini. È l’unica canzone autobiografica del disco, sofferta e intimamente graffiante. Il “novembre di vita incontrato per sbaglio” rende l'idea di quanto sia labile il confine tra la gioia e il dolore, e di quanto costi chiedere a qualcuno di “non passarci oltre” ma di trovare la pazienza di aspettare un uomo ormai senza foglie ma con gli “identici rami e lo stesso nome di ieri”. Il testo, tutto da ascoltare, e la musica che lo accompagna non passano inosservati. 

L’ASSENZA

Sembra quasi di sentire l'odore di zolfo e lo sbattere di catene nell'inizio “gotico-light” con il vuoto che si apre sotto la voce che già ci preannuncia una discesa agli inferi, quando d'un tratto ci si apre uno squarcio di azzurro “paradisiaco” e di pace sulla melodia  del violino che sembra un tributo al mood sanremese anni 60, le due misterose verità che forse non si aspettava di trovare Monicelli. In una delle ultime interviste aveva dichiarato che “la speranza è un’invenzione dei padroni”, quegli stessi padroni coi quali faticava a “condividere il mondo”. Forse per lui il suicidio non è stato un modo per darsi la “morte di uomo”, ma “una fuga di ostaggio”. Non un “addio” ma una “vittoria”, una vittoria inflitta a chi “dovrà fare a meno” di lui e del suo “domani”.

LA PENA DI AMARE

Il mondo ha seguito giorno per giorno la vicenda dei minatori cileni intrappolati nel ventre della miniera. Le mogli mostravano orgogliose la fotografia del proprio uomo, implorandone la salvezza. Una donna, una fotografia, un minatore. Cosi per tutti i minatori, tranne uno: Yonni Barrios. La sua fotografia veniva mostrata contemporaneamente da due donne: una era la moglie, l’altra l’amante (sino ad allora clandestina). Se entrambi sono amore, “non esiste un amor che non valga la pena di amare”.

Un brano che avrebbe potuto assumere i toni ancora più accesi tipici della musica sudamericana, invece le chitarre, le percussioni “di fortuna”, la tromba che fa il suo dovere senza invadere la scena e un cantato tutt'altro che festoso ci rendono ancora di più il senso di un “cuore amputato”..

FINCHÈ DIO TACE

All'inizio sembra volere iniziare una ninna nanna. Non è così. Suoni, e non solo, anni 60, rassicuranti e  accoglienti, ma tutt'altro che benevoli, nonostante l'apparenza. Non è vero che “la gloria di colui che tutto muove” debba risplendere “in una parte di più e meno altrove”: ai margini c’è lo stesso sole che scalda i bistrot delle piazze perbene. Peccato che la Chiesa non lo sappia, peccato che parli per voce di Dio, quando in realtà è solo impegnata a perpetuare sé stessa. Del resto, “finché Dio tale gli si fa dire quel che si vuole”. In attesa che Dio cominci davvero a parlare, all'ascoltatore le conclusioni.

 

QUASI SOLTANTO MIA

Una donna, mai abituatasi alla vedovanza, ricorda il marito. La sua fu una vicenda incredibile e lei ha continuato a vivere “senza mai perdere la tenerezza” verso il ricordo del loro amore: la voce più forte è quella dei silenzi e delle pause nell'arpeggio della chitarra e nei respiri fra le parole del cantato. Un’emozione che si farà nostalgia per chi si ricorda del “Gianni Rivera” e delle ringhiere di Milano degli ultimi giorni dei “favolosi anni sessanta”, che stavano per trasformarsi in qualcosa di pesante, come quella nota che la chitarra sembra non aver intenzione di suonare mai per non faci cadere giù. Lei si chiama Licia, già coniugata Pinelli.

ANNA E LA PRIMAVERA

Una canzone che sembra voler essere un omaggio fatto, con discrezione, alla scelta non scelta di una vita non vissuta. E anche la musica non sceglie, ne di consolare ne di accusare, accompagna e lo fa con ordine e compostezza in tutte le sue parti. A mettere il dito nella piaga ci pensa la voce. Oscar Wilde definiva l’omosessualità “l’amore che non osa pronunciare il proprio nome”. “Una vergogna” che se ormai non viene piu’ lavata con la forca, incontra comunque la gogna. Anna continua a vivere a metà, sposa e madre come frutto di un dovere coniugale che ad ogni bacio fa sfiorire una rosa nel suo giardino.

IN VOLO

Una scalata, un'arrampicata, un crescendo continuo di intensità man mano che si snocciolano le strofe e le parti strumentali durante tutto il brano. Aumenta la velocità per la forza di gravità e si cade verso il basso. Il suono di bouzuki ci porta a est, a sud, su tutte le sponde del nostro mediterraneo e alla fine del giro scoppiano i tamburi che accompagnano lo schianto. Inevitabile. Un muratore che cade da un ponteggio e muore sull’asfalto non è nemmeno piu’ una notizia, ma ha il dovere di essere almeno una canzone.

OSTINATA E DOLCE

Ci verrebbe voglia di ordinare qualcosa al banco del bar, e probabilmente ci servirebbero un burbon on the rocks qualsiasi cosa chiedessimo! Atmosfera in bianco e nero, come le due facce dell'amore coniugale, prima e dopo, già, ma prima e dopo cosa? Probabilmente la risposta è nelle note “sfrangiate” del pianoforte e nello swing del resto della truppa, o forse nelle parole dette sulla coda del pezzo. La risposta in entrambe i casi non la sapremo mai. Ostinato e dolce è l’amore al tempo dei capelli bianchi, quando la passione è un ricordo lontano e resta una dolcissima evidenza: per nulla al mondo l’uno farebbe a meno dell’altra, e viceversa.  

ALETE E AL RAGASOL

Ultimo brano del disco è la cover di una canzone di Pierangelo Bertoli. Una ninna nanna tanto semplice che potrebbe passare per la bocca di qualsiasi nonna. Questa buonanotte non promette il cielo e le stelle; promette una passeggiata al sole, un uovo fresco, una storiella nuova, un bacio alla mamma. Bellissima, com’è bellissima la semplicità.




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