Giorgio Canali sale sul Palco del Deposito Giordani con l’aria di uno che il punk rock non solo lo conosce bene, ma lo sa fare.  Come un moderno don Chishotte, afferra la sua lancia che ha la forma di una fiera chitarra elettrica e assieme al suo fedele Sancio Panza si scaglia contro una realtà sofisticata e opprimente. Il suono graffiante che ne esce sbatte contro il pubblico e lo trascina dentro uno spazio ruvido, ma estremamente vivo.

Come se non bastasse, dalla voce urlata escono parole chiare, pulite che si uniscono a quegli accordi fisici e onesti. Le parole si agganciano le une alle altre modellando testi dai toni cinici, nichilisti e incazzati. E così Canali non ti lascia via di scampo. Devi per forza entrare in questo mondo maledetto.

Una dopo l’altra le canzoni si avvicendano, scandagliando una carriera trentennale tutta lì impressa in quelle note, in quei toni ironici, in quelle imprecazioni fondamentali.

Sono quaranta minuti di carica vitale tutta rivolta verso il pubblico, unico motivo di rivalsa. Certamente le facce appassionate per quel anacronistico frontman le potresti contare una ad una, ma qui i numeri non contano, conta solo la passione.

Il Nostro poi decide di farsi da parte per lasciare il giusto spazio ai Radiofiera. L’impatto è forte. Ora ai riff delle chitarre si aggiungono bassi pesanti e cadenze ritmiche veloci. Il folk rock del gruppo assume forme chiare e il dialetto veneto lo modella lasciando trapelare geometrie politiche chiare.

Per oltre un’ora la scena è tutta loro. Ogni tanto l’amico Canali si aggancia a quei pezzi completandone la sostanza.

C’è anche un omaggio a quella Pordenone di fine anni settanta e dal microfono riecheggia il nome di Miss Xox.

Alla fine di nuovo tutti sul palco a concludere con una dedica all’uomo giusto. E come suggeriscono i Radiofiera, anche Canali è un giusto. Così con le note di Bella Ciao si chiude una serata musicalmente pregna di ideologia pura.




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