Meditronica è un progetto del produttore e bassista Ashtech, e di Polcari – tastierista e produttore per gli Almamegretta – che intreccia dub-elettronica con influenze mediterranee, musica d’ambiente e world music.

Una linea ben marcata segna il tratto comune, il percorso delle dieci tracce, in una ricerca sonora che pare tesa a creare un’atmosfera, plasmare situazioni, affidandosi a pezzi che trovano la forza espressiva non tanto nell’incisività del singolo quanto nella visione d’insieme. Se questo da un lato può denunciare il limite di un disco che non concede picchi considerevoli, dall’altro ne costituisce la forza, lenta, regolare, trainante. Un basso pieno – caldo, ipnotico – e una batteria essenziale, ripetitiva – talvolta ornata da guizzi vagamente jazz che arruffano il ritmo – si distendono in riff continuati, ciclici, un manto su cui l’apparato elettronico è disteso a dare forme e colori, a tinteggiare l’aria: impreziosire di significati una musica che, essendo quasi esclusivamente strumentale, lascia emergere dal complesso la visione. Le tastiere accarezzano melodie, le accennano, si mescolano agli effetti senza intricare troppo la matassa, aprono a un momento di calma mentale. Pertanto la pienezza di contenuti e auree può trapelare solo da un ascolto che, traccia dopo traccia, coinvolge e intacca le sembianze delle pareti che la ospitano.

Stimolando la visione, la musica sollecita la mente alle immagini, all’evocazione e alle suggestioni, che trovano espressione nella particolare ricettività dell’ascoltatore. E come un corpo riemerge dall’acqua, questa visione affiora da una matrice psichedelica, rivela un mondo reale ma al contempo sospeso, talvolta sensuale, torbido, talvolta più introspettivo. Può evocare un mare notturno estivo, spiagge deserte; oppure strade della notte, parcheggi abbandonati, stanze fatiscenti e grigie. E’ una solitudine a volte inquieta, in cui l’atmosfera piana viene lacerata da suoni deliranti, a volte a mezz’aria, dipinta da una luminosità che penetra negli occhi dopo la cecità dell’oscurità. Le canzoni in cui essa trova spazio lasciano suggestioni di un Mediterraneo, luogo di culture differenti, disegnandone spazi primigeni: non è il mare affollato di moltitudini, di sudore; è quasi un’essenza, da acquerello, un’aria che filtra attraverso gli sterpi aridi, un vento che trascina la sabbia lungo le coste, rapido, si abbassa su un’insenatura e poi riapre allo spazio sconfinato che intreccia le tinte celesti.

Un album piacevole insomma, apprezzabile anche dai non amanti del genere, di cui si è voluto definire un percorso attraverso le strade della suggestione, che dovrebbe comunicare al meglio la sostanza creativa del progetto nonché le sensazioni che può destare.

 

Voto: 6,5

 

Zappa




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