Domenica 20 novembre. 
E’sera. Fuori c’è un muro di nebbia e si fatica ad arrivare al palaverde di Treviso,pronto ad accogliere Lenny Kravitz e il suo “Black & White America tour”.

Un’ atmosfera decisamente calda si crea con l’arrivo sul palco di Lenny.Look sempre da falso ragazzo di strada trasandato ma molto curato e studiato per il suo personaggio.Ma a dimostrare che l’apparenza non è tutto, il nostro non perde troppo tempo e apre il concerto con “Come on get it”. Con il brano estratto dal suo ultimo lavoro in studio Lenny può facilmente dimostrare quanta dimestichezza lui abbia con la musica, con il rock e con la chitarra elettrica. Lui e il suo amico e braccio destro Craig Ross, che si presenta da solo, senza tante parole, ma con molti assoli che, accompagnati dalle vorticose e psichedeliche proiezioni alle spalle dei musicisti, preannunciano uno spettacolo dagli intenti tutt’altro che pacati.

  E infatti subito la band attacca con un quartetto di grandi hit composto da “Always on the run”, “American woman”, “It ain’t over til it’s over” e una “Mr. cab driver” prolungata dagli esercizi di bravura dei tre fiati. Kravitz può facilmente tornare agli anni di “Mama said”, i primi ‘90, giocare con il passato dei tempi di “5″ – son già trascorsi 13 anni? – tornare al periodo rasta o funky. Si sta parlando della sua acconciatura perché in quanto ad attitudine Lenny è sempre uguale a se stesso: in bilico tra quel rock, soul e funky che hanno determinato la sua fortuna nonché la sua storia sin dalle origini, proprio quella che racconta con il brano “Black and white America”. Guardando lui e lo spettacolo che fa, un concetto appare evidente: consapevolezza. La piena coscienza delle proprie capacità e dei propri punti di forza porta l’artista a introdurre in scaletta brani come “Fields of joy” o “Fly away” e ad intonare strofe in falsetto con la stessa naturalezza con cui si mette in posa tra una canzone e l’altra, ostentando quel fare da modello tenebroso in attesa di essere immortalato dalle macchine fotografiche. Sguardo rivolto all’infinito (ma dove guarderà poi?), testa leggermente reclinata all’indietro e postura da divo. Esibizionismi a parte, solo con “Stand” si entra nel vivo dello spettacolo. Nonostante il singolo dal vivo riesca decisamente peggio che nella sua versione in studio, il pubblico lo aspettava da tempo e, contento comincia a scomporsi e sciogliersi un po’ di più seguendo la scia di uno di uno spettacolo che è come un diesel. Il brano è il giro di boa, in buona sostanza e, da ora in avanti, quell’energia rockeggiante rimasta un po’ troppo in sordina si fa decisamente sentire. L’onda verde del rock si innesca – che ironia – con il grande classico “Rock’n'roll is dead”, prosegue con “Rock star city life” e “Where are we running” per poi culminare nella potentissima “Are you gonna go my way”: senza dubbio il brano meglio riuscito di tutta la serata.

  Dopo la pausa c’è il momento acustico: Lenny esegue per la prima volta dal vivo “Push”, il secondo singolo di “Black and white America” nuovo di pacca, e regala a seguire una piccola perla intonando una dolcissima “I belong to you” in versione unplugged. Il gran finale è tutto per “Let love rule” canzone che ben si presta ad essere prolungata abbastanza da poter scendere dal palco e salutare tutti i fan, quelli nel parterre e quelli sugli spalti. A destra e a sinistra, in prima fila e in fondo, Lenny ha proprio voglia di mostrare a tutti da vicino quanto è bello. Fa il giro completo del palazzetto dello sport e torna sul palco per il gran saluto finale. E allora, soddisfatto, finalmente sorride.

GARDONIO ALBERTO

SCALETTA CONCERTO TRIESTE‘Come on get it’
‘Always on the run’
‘American woman’
‘It ain’t over til it’s over’
Mr. cab driver’
‘Black and white America’
‘Fields of joy’
‘Stand by my woman’
‘Believe’
‘Stand’
‘Rock and roll is dead’
‘Rock star city life’
‘Where are we running’
‘Fly away’
‘Are you gonna go my way’
‘I belong to you’
‘Lot love rule’






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