Il compito di una recensione è quello di giudicare, recensire appunto, una determinata performance che sia essa dal vivo o registrata: il limite di una recensione è il suo essere o meno comprensibile, delle volte si fa fatica a capire il giudizio che un giornalista o presunto tale conferisce all'oggetto recensito, spesso per eccessiva esuberanza narrativa, spesso per mera saccenza. Per recensire il concerto di Sufjan Stevens a Ferrara nel modo più comprensibile basterebbe un: "wow."
Ma è anche vero che questa recensione mi è stata commissionata e deve rispondere a dei criteri, se pur ampi. Presupposto che niente possa spiegare meglio il concetto (il concerto) della parola "wow.", proviamoci.
Quando uno pensa a Sufjan Stevens pensa a un contadino degli Stati Uniti banjo-munito, monociglio incolto, spiga di grano in bocca e sputazza, tanta sputazza.
In realtà no, niente di tutto questo, Sufjan Stevens mi ha stupito.

Cazzo, è una recensione difficile: quando un concerto ha fatto schifo recensirlo è una stupidaggine, risulta perfino divertente. Qui invece stiamo parlando di un concerto di due ore e mezza in un teatro. Non un concerto così, convenzionale, chitarra-basso-batteria-voce.
Il concerto di Sufjan Stevens è stato uno show nel significato più american musical del termine. La scenografia e i costumi erano a metà tra atmosfere intergalattiche, paradisiache e paradossalmente fetish; uno show che dava il meglio di sè con i pezzi del nuovo album che rispondevano tutti a una determinata variazione coreografica: degne di essere citate sicuramente I Walked e Vesuvius, dirompenti dal vivo come su disco, emozionanti, divertenti, intime in alcuni sprazzi, talvolta estroverse. Ecco la differenza tra il nuovo disco di Sufjan e il vecchio disco, quindi tra vecchio show e nuovo show (che in questo concerto si mescolano alla perfezione) il vecchio disco è intimo, introspettivo e a testimoniarlo sono quelle pause nello spettacolo intergalattico dove Sufjan saluta per un attimo la sua band (qualcosa come 8 componenti) e, riflettore puntato, chitarra acustica e microfono, incanta il teatro; il nuovo disco è estroverso, esplosivo, colorato ed emozionante come la coreografia che lo accompagna.
Non c'è stata una canzone brutta, non una eseguita male.
Tutto il concerto è valso però quella frazione di tempo di circa quindici minuti, nel finale, dove Chicago, la canzone, si tè trasformata in una festa: pioggia di palloni colorati sugli squilli di tromba, tutti sotto il palco (chi se ne frega di essere in teatro), una delle due coriste che intrattiene quasi un dialogo cantato con Sufjan arrampicandosi sui palchetti, tutti fuori, tutti a suonare - un momento incredibile, anche chi si trovava lì per caso, per noia, per suggerimento altrui, per accompagnamento forzato, chiunque ha vissuto un momento emozionalmente intenso e non solo per quei quindici minuti, ma per tutta la durata.
Come faccio a saperlo? Mettiamola così, l'ultima volta che ho visto tanta gente sorridere tutta insieme è stato quando l'Italia ha vinto i mondiali nel 2006.

Giorgio Spedicato



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