Recensire rimanendo imparziali lo show che i National hanno regalato all'Alcatraz è piuttosto difficile. Anche una settimana dopo, a mente fredda, la sensazione di aver assistito al concerto più emozionante della mia vita è forte. Sicuramente tra le decine di esibizioni di vari artisti a cui ho avuto modo di assistere nel 2010 quella dei National è stata la migliore.

Degna di nota è la scalata al successo della band, dovuta ad una discografia ormai articolata in ben cinque album, dove ognuno è migliore del suo predecessore. Inoltre la serata è sold out, quando la scorsa volta che erano venuti in Italia anni fa avevano riempito più o meno metà del ben più piccolo Musicdrome.

Gli orari dell'Alcatraz nei giorni infrasettimanali sono tiranni, quindi tutto inizia con assoluta puntualità. Alle otto e mezza sale sul palco Phosphorescent, accompagnato dalla sua band, che si esibisce per tre estenuanti quarti d'ora nel suo repertorio piuttosto noioso di stampo folk con continue incursioni di rock classico e qualche accenno di funk, il tutto farcito da ridondanti schitarrate. Per i primi dieci minuti è un piacevole ascolto, il resto è quasi un'agonia che amplifica l'attesa per il concerto principale.

Mezz'oretta di cambio palco ed entrano i National, che, dopo qualche timido saluto, continuano a sistemare qua e là le loro cose come se non ci fossero duemilacinquecento persone che non aspettano altro che inizino a suonare. Sul palco c'è una bottiglia di vino bianco appena stappata tutta per il frontman Matt Berninger, che sembra già di per se piuttosto alticcio. Non nego che a vederlo in quegli stati un po' di preoccupazione mi aveva colto, essendo cosciente della diceria che Matt non sempre ci arrivi con la voce; inoltre avevo udito per puro caso un po' del soundcheck e la voce del cantante non mi era parsa in grandissima forma.

Invece ecco sul palco i National con Matt assolutamente in stato di grazia, oltre che di ebbrezza. La band inizia con “Runaway”, quasi come per dire fin da subito: “Ehi, questo è un concerto calmo, non fate troppo casino”. Poi però sparano “Anyone's Ghost” e “Mistaken For Strangers” in un crescendo di partecipazione da parte del pubblico, fino ad arrivare al singolone “Bloodbuzz Ohio” cantatissima da praticamente chiunque. La scaletta continua con “Slow Show”, eseguita con un'inusuale lentezza che la rende se possibile ancor più struggente del solito. Sapiente la scelta della band di aprire il concerto con brani degli ultimi due album, “Boxer” e “High Violet”, i più conosciuti oltre che i più belli, per assicurarsi l'attenzione del pubblico. Il resto del concerto sarà un susseguirsi di vari brani di questi due dischi, soprattutto dell'ultimo, eseguito nella sua interezza, con qualche perla estratta dai due dischi centrali, ma nessuna menzione del primo.

Sul palco la band ha una presenza scenica notevole: i fratelli Aaron e Bryce Dessner, entrambi chitarristi, affiancano il frontman in prima linea, interagendo spesso con il pubblico e scambiando col cantante una serie di battute poco comprensibili tra una canzone e l'altra, creando un clima accomodante per tutti; gli altri due fratelli Scott e Bryan Devendorf sono nelle retrovie rispettivamente al basso e alla batteria, ma non per questo sono meno carismatici, anzi Bryan si può dire il secondo elemento fondamentale della band, grazie alla sua abilità a creare tempi non convenzionali che donano un tocco in più alle canzoni dei National; unica pecca del concerto sono i sessionman, ridotti ai due fiati che fanno un po' troppe incursioni non necessarie nel corso dei vari brani, in mancanza del terzo membro violinista.

Di Matt Berninger abbiamo già detto di quanto fosse nella serata giusta. Malgrado l'evidente e sempre crescente sbronza, la sua presenza scenica non viene meno, anzi: nelle parti strumentali, frequenti e incredibilmente belle malgrado l'assenza di uno strumento, si aggira per il palco urlando, ondeggiando, sbattendo i pugni o semplicemente sbevazzando. La sua voce rende bene come non mai, la sua profondità è meravigliosa come sempre e il trittico “Sorrow”, “Apartment Story” e “Daughters Of The Soho Riots” ne è la prova inconfutabile, ma è con le urlatissime (e per questo raramente eseguite così bene dal vivo) “Available” e “Abel” e con il quasi screamo finale su “Squalor Victoria” che ci si accorge di quanto la serata sia tutta di Berninger, a cui si perdona anche la defaillance su “Conversation 16”, dove si scorda il primo ritornello, tra le prese in giro dei fratelli Dessner.

La qualità dell'esibizione è sempre rimasta altissima, anzi, pare che accenni ad aumentare di brano in brano: sul finire della prima parte di concerto “England” regala ancora una volta emozioni a tutta la platea, ma è con “Fake Empire”, capolavoro assoluto sotto tutti i punti di vista, che si raggiungono i momenti migliori dell'intero concerto. È poi la volta di “About Today”, pescata da un vecchio EP, al termine della quale la band esce dal palco, per farvi immediatamente ritorno anche perché il tempo è agli sgoccioli.

Gli ultimi venti minuti di concerto sono fatti di quei momenti che difficilmente si scordano. Si parte con “Lucky You”, che non veniva, come detto anche dalla stessa band, eseguita da molto tempo e viene accolta felicemente da molti. Di seguito parte “Mr. November”, solitamente cantata da Matt in mezzo alla folla; questa volta però si contiene e cammina sulle transenne, dando la mano più o meno a chiunque nelle prime file. La canzone è eseguita alla perfezione e il ritornello è urlato da praticamente chiunque nel mezzo dell'eccitazione di poter stringere la mano del cantante: un affanno piuttosto maniacale, ma può essere giustificata dall'enorme impatto emotivo che l'esibizione ha avuto su tutti i presenti, fuorviando anche le menti più composte.

Non sono ancora scoccate le undici e mezza ma è già tempo di chiudere: l'ultima canzone è “Terrible Love”, prima traccia dell'ultimo album. Ma da canzone pacata e struggente si trasforma nella più scatenata del concerto quando Matt Berninger torna a cantare dalle transenne, anche perché, un po' per volontà sua, un po' per volontà di noi in prima fila, si ritrova nel bel mezzo della platea. Mentre sul palco la band continua a suonare, abbracciamo il frontman, io gli canto il ritornello nel microfono, qualcuno lo bacia. E così fa chiunque ne abbia la possibilità nel locale (non per mitomania o per fanatismo, ripeto, ma semplicemente per le emozioni create dalla situazione del concerto) in quanto il cantante, continuando a cantare le parole “It's take an ocean not to break!”, si fa strada verso l'uscita e, mentre la band conclude l'esibizione sul palco, esce dal locale per poi salire sul tour-bus dei National.



Recensione a cura di Giacomo Falcon.

Progetto Felix.






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