Alcatraz gremito, 2000 persone per l'unica data nella stagione fredda di Justin Vernon e del suo progetto Bon Iver.
Dopo il primo cd uscito nel 2008 la musica di Justin e dei suoi collaboratori si è fatta strada anche oltre oceano, entrando nelle orecchie e nei cuori del circuito indie rock europeo e non solo. Tra il pubblico si possono individuare varie età, dai ventenni- trentenni, in larga maggioranza, agli over 50. Un pubblico attento, partecipe, con in testa tutte le canzoni di questo trentenne del Wisconsin.
Passiamo mezz'ora circa in compagnia della band di supporto, le Staves: un trio di ragazze dalla voce soave e cristallina, che si esibisce con chitarre acustiche ed elettriche.
Salutate le Staves, l'allestimento per il main stage fa già intuire che si tratterà di un grande live. Sul palco iniziano a montare due batterie, tastiere, consolle, fiati e percussioni di vario genere e un numero di chitarre non ben precisato (ne ho contate sei all'inizio, che sono state incrementate e scambiate durante lo spettacolo).
File di luci di varia altezza vengono sistemate accanto agli strumenti, come delle sommità illuminate di piccoli cancelli, mentre sullo sfondo e dalle travi sovrastanti scendono teli che assomigliano a sacchi di juta.
La band entra: 9 elementi.
Apre Perth.
9 musicisti, un piccolo esercito di cavalieri del suono che galoppano sulla bellissima Perth arrichendola di mille sonorità, spingendo il pezzo in un'esecuzione che si carica fino a una cascata sonora post-rock, in cui gli strumenti scrosciano insieme al massimo dell'intensità.
Sarà un grande live, è ormai chiaro.
L'acustica del locale è sempre stata molto buona, sebbene in questa occasione ci sia da rilevare qualche angolo in ombra sulla voce di Justin.
Ho iniziato ad apprezzare Bon Iver su cd, ed ero abituata a quella suggestione rock-folk eseguita su strumenti "consueti" ... Il live è stata una bellissima sorpresa: i pezzi hanno acquistato in espressività grazie all'esecuzione "orchestrale", che ha comunque evitato qualsiasi appesantimento manierista.
Gli arrangiamenti hanno saputo cogliere l'onda dei diversi brani, arricchendoli di suoni e di forza o svuotando sapientemente l'atmosfera.
Penso all'escuzione di re: Stacks , sul palco solo Justin e chitarra elettrica: l'occhio calmo dell'insolito ciclone post-rock a basso contenuto elettronico, che è vorticato attorno a questo pezzo "silenzioso" e intenso.
Un'avvisaglia di questo voglia di "giocare" con il suo lavoro la avevamo avuta con l'ep I Tunes session, nel quale però ho percepito talvolta un eccessivo abbandono al virtuosismo fine a se stesso.
Questa sera sul palco c'erano i nostri cavalieri, che come nelle migliori tradizioni narrative sono anche amici, compagni di avventura. Justin ha interrotto lo spettacolo per esprimere la sua riconoscenza al gruppo , al pubblico che lo segue e alla sorte che lo ha portato a fare un lavoro creativo e gratificato dal successo. Ha nominato Jeff Tweddy, leader dei Wilco e autore di Sunken treasure, in cui si afferma "Music is my saviour", asserzione che Justin ha voluto sottoscrivere in pieno.
Queste parole e l'attitudine sul palco sua e di tutta la band hanno ci hanno fatto capire che eravamo in presenza di persone semplici, di grandi musicisti e di uno dei più talentuosi protagonisti della scena musicale attuale.
La scaletta ha alternato pezzi di For Emma forever ago (Jagjaguwar, 2008) e di Bon Iver Bon Iver (Jagjaguwar neli USA e 4 AD in Europa, 2011) fino al bis con Skinny Love, esploso nel coro del pubblico, seguito da For Emma.
I progetti d Justin prevedono uno stop, alla fine di questo tour, che lo porterà lontano dal palco. Spero non per molto, so già che mancherà moltissimo, ma sono certa che il progetto Bon Iver tornerà ricco di nuove ispirazioni.

Qui la scaletta del concerto:

Perth
Minnesota, WI
Creature fear
Himnon, TX
Wash
Brackett
Holocene
Towers
Blood bank
re: Stacks
Flume
Calgary
Beth/Rest

Skinny love
For Emma



Silvia Bello
http://twitter.com/#!/silb4




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